Il franchising fai da te

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A scuola di franchising. Fra una battuta di spirito e una risposta seria, le soluzioni ai dubbi sul franchising.

Tra i difetti dell’imprenditoria italiana vi è la tendenza ad accentrare le decisioni, a non rivolgersi a chi ne sa di più per migliorare le cose.

Un peccato grave nel franchising.

L’italiano è individualista.

Quando si parla di impresa poi, diventa un esperto del fai da te.

«Io le società le faccio solo con un numero dispari di soci, mai superiore a due» dicono in molti, pensando di essere spiritosi, ma in realtà ripetendo una battuta fessa, vecchia e consunta.

L’ego dell’imprenditore italiano, in particolare in questi anni difficili, si è sviluppato a dismisura, crescendo insieme a una diffidenza verso il mondo che coinvolge soci, collaboratori, amici, parenti, conoscenti e pure serpenti.

Il capo sa tutto, pensa tutto, capisce tutto, è più bravo di tutti e, soprattutto, non delega mai perché non si fida di nessuno.

Il concetto di collaborazione, in Italia, si traduce con: “meglio fallire da soli che far bene in compagnia”.

Quindi: “Limitiamoci a rubacchiare esperienze qua e là, riassemblandole a casaccio, ma evitiamo di immischiarci con soci, consulenti, partnership, alleanze, collaborazioni…”.

È in questo terreno, così fertile e rigoglioso, che stiamo cercando di far crescere una pianta che si chiama franchising.

Una formula che si basa sulla condivisione di esperienze, sul gioco di squadra, sulla forza di gruppo, sul networking, sulla fiducia reciproca e sulla volontà di raggiungere traguardi che facciano vincere entrambi gli imprenditori, l’affiliante e l’affiliato.

La morale

Parlando tra addetti ai lavori del franchising, talvolta ci sembra che in questo bel Paese si stia seminando sulle rocce, spremendo acqua dai sassi, smacchiando giaguari albini… 

dal Manuale del Frankenstein, 
di Saverio Savelloni, ed. Fasullo