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A scuola di franchising

Non basta andare all’estero per avere il successo garantito.

Lì ci vogliono franchising collaudati e ben strutturati.

E ci si arriva dopo avere studiato bene i mercati.

Da qualche anno a questa parte pare che tutti vogliano scappare all’estero più veloci di una Formula 1!

In questa specie di “Gran Premio dell’emigrante di lusso” che si è scatenata, i nostri amici del franchising naturalmente sono partiti in pole position.

I novelli Hamilton mica sanno che fare franchising all’estero è, tanto per stare in argomento, come guidare una Mercedes a 300 km all’ora con due gomme bucate.

Loro sono partiti a tutta, pensando che fuori dall’Italia siano lì ad aspettare a braccia aperte le nostre geniali idee di business, magari condite con quattro sbilenche nozioni di franchising.

Molti sono andati dritti alla prima curva, qualche altro si è schiantato su un muretto subito dopo.

I pochi che ce la stanno facendo sono quelli con le spalle grosse, già ben strutturati in Italia.

Sono quelli che hanno imparato a fare i franchisor con almeno 40, 50, 100 affiliati in Italia.

Sono quelli che hanno sperimentato a lungo i loro format, li hanno perfezionati, hanno capito quali sono i punti di forza da replicare e i punti di debolezza da superare.

Sono quelli che hanno studiato bene i mercati e sanno dove vale la pena esportare il proprio progetto di franchising e dove no. Oggi, quei pochi, lottano per vincere il mondiale.

La morale

C’è chi si inventa franchisor e prova a esportare il proprio sistema giusto per scappare dall’Italia.

C’è, invece, chi va alla conquista del mondo sulle ali del Made in Italy, di un sistema sperimentato con successo nel nostro Paese, di un progetto fatto come si deve.

dal Manuale del Frankenstein, 
di Saverio Savelloni, ed. Fasullo